Moto: Indossare sempre abbigliamento tecnico

abbigliamento motoLa scelta dell’abbigliamento è fondamentale per la sicurezza del motociclista e spesso il caldo e la bella stagione possono trarre in inganno chi ancora non ha maturato il giusto grado di esperienza con la propria due ruote.
In ogni stagione c’è un abbinamento di abiti tecnici ideali per affrontare le avversità climatiche e per essere contemporaneamente protetti in caso di collisione ed imprevisti.
I capi tecnici la fanno da padrone in materia di motociclismo, in quanto l’ampia scelta permette di trovare la giusta consistenza sia per il caldo che per le stagioni più rigide.

In autunno e primavera è meglio vestirsi a strati con guanti estivi, giubbini leggermente imbottiti, pantaloni o jeans da moto e scarpe adatte ai cambi di marcia e ad eventuali cadute.
Per l’estate le indicazioni non sono molto diverse se non per il giubbino che deve avere una consistenza leggerissima.
Per l’inverno, invece, le accortezze devono essere un pò di più viste le basse temperature e il rischio elevato di viaggiare sotto le intemperie. È consigliabile indossare una maglia e un sottopantalone in windstopper, in grado di resistere al vento, mantenere il calore e far evaporare velocemente il sudore garantendo una pelle asciutta. È bene optare per un pantalone invernale specifico da moto o in goretex, per guanti e calzature tipo stivale e per un sottocasco in cotone o in pile.

Può essere sempre utile avere a portata di mano, nell’arco di tutto l’anno, una cerata o un completo anti pioggia che ormai si trovano in confezioni e formati poco ingombranti, adatti ad essere stivati anche sui modelli di moto più carenti in termini di spazio.
Queste sono indicazioni a grandi linee, che lasciano spazio a personalizzazioni dettate soprattutto da esigenze individuali e che l’ampia offerta del settore non fatica a soddisfare.
Alpinestars (www.alpinestars.com), ad esempio, è un brand di abbigliamento famoso per gli appassionati di motociclette, auto e bici con una particolare attenzione all’estetica e alle ultime tendenze moda soprattutto nel settore dedicato alla linee femminili.
Utilizzare l’abbigliamento tecnico significa proteggersi e proprio per questo è giusto accordare la propria preferenza per quelle marche e per quegli articoli che certificano le produzioni mediante scrupolosi test di resistenza e di omologazione.
È quindi sbagliato pensare che queste prove siano indicate solo per i complementi quali i caschi, quando invece sono un vero e proprio esame di efficienza e di efficacia anche per calzari, calzature, pantaloni, guanti, giacché e giubbini con differenti peculiarità a seconda dei diversi usi che si fanno della moto (cross, gran turismo, ecc..).

Nonostante il fatto che è sempre una buona dose di giudizio l’alleato migliore per chi è amante delle motociclette, il parametro migliore per scegliere un abbigliamento consono e di qualità da usare per i viaggi a due ruote è sempre quello di rivolgere la propria attenzione e le proprie preferenze a marche e a materiali tecnici che garantiscono standard di qualità e livelli di performances molto alti.
I tessuti tecnici, infine, sono più resistenti ed efficaci e possono essere combinati tra loro in un mix ideale di traspirazione, resistenza al vento e al bagnato, protezione (anche dai raggi del sole) e comfort. Inoltre, questi articoli sono studiati e prodotti appositamente sulle esigenze di chi vuole viaggiare in moto, in tutta sicurezza.

Restauro d’arte o etico/funzionale, quale scegliere?

lampada a olioAffascinante, intramontabile, ricca di sfumature. Questa è l’arte del restauro, un’attività che dalla notte dei tempi si pone al servizio delle persone, per dare nuova vita agli oggetti che esse possiedono. L’arte del restauro, si inserisce in un panorama di tecniche operative complesse, mirate a rinnovare ogni tipologia di materiale, dal pregiato legno, fino ai metalli, dai preziosi vetri d’epoca fino agli elementi tecnologici e meccanici.

Ecco che, alla luce di queste considerazioni, il restauratore chiede di essere inteso come una figura professionale complessa, forte di un’ampia conoscenza dei materiali e delle migliori tecniche applicabili. La conoscenza delle basi tecniche e merceologiche, si affianca allo studio della storia e delle metodologie che hanno accompagnato la creazione degli oggetti nel corso del tempo. Tuffandosi con l’immaginazione nel passato, il restauratore può comprendere come quel determinato mobile, oggetto o strumento, siano stati realizzati, come i materiali siano stati lavorati e come le tecnologie siano state progettate. Solo conoscendo in profondità le antiche tecniche di produzione, il restauratore può agire con sicurezza e con cognizione di causa. Le tecniche antiche vengono, infatti, impiegate come punto di partenza e il restauratore può iniziare la sua opera, impiegando gli strumenti che ha a sua disposizione nel nostro presente. Le tecniche di restauro sono rimaste pressoché immutate nel corso del tempo. Esse seguono le originarie progettualità e impiegano le stesse tecniche per dare nuova vita e nuovo splendore agli oggetti trattati. L’arte del restauro richiede, per questo motivo, tempi lunghi di lavoro, in quanto esso richiede innanzitutto una profonda meditazione e un’accorta scelta preventiva, le quali diventano le basi di un’opera che si svolge su materiali spesso fragili e segnati dal tempo. Ecco che, chi sceglie di affidare un un mobile all’arte del restauro, deve rispettare i tempi professionali di chi la pratica, attendendo con fiducia il risultato. Non va, infatti, dimenticato che il restauro può interessare elementi di pregio, i quali chiedono di essere maneggiati e trattati con la cura più assoluta. Chi sceglie di affidare i propri beni all’arte del restauro, può scegliere di effettuare un restauro d’arte, oppure di optare per una soluzione etico-funzionale. Vediamo assieme le differenze fra le diverse tipologie di restauro e come è possibile orientarsi fra le due, al fine di mettere in pratica una decisione consona ed intelligente.

Il restauro d’arte e le sue fasi fondamentali

Per comprendere a pieno il significato del restauro d’arte, è utile capire il senso della parola restaurare, la quale deriva da ‘re’, nuovo e da ‘staurare’, ovvero rendere solido. Rendere l’elemento forte e solido, è infatti lo scopo del restauratore. L’arte del restauro desidera donare una vita e una funzionalità nuova agli elementi e, per raggiungere questo scopo, si serve di molte tecniche dalla natura diversa. Nel corso dei secoli, il restauro ha maturato tecniche sempre nuove, si è evoluto verso direzioni talvolta opposte ed ha accolto una moltitudine di scuole di pensiero. A seconda dell’oggetto che si intende restaurare, venivano e vengono tutt’ora impiegate tecniche e strumenti diversi. Misurarne la bontà non è sempre facile, soprattutto se non si possiede una preparazione tecnica sull’argomento. Un piccolo consiglio, risiede nell’informarsi innanzitutto sulla tipologia di elemento che possediamo e sulla sua datazione storica. Una volta comprese queste informazioni, può risultare divertente scoprire quali erano le tipologie di materiale impiegate in quel determinato periodo e quali le tecniche più diffuse. Calarsi nei panni del restauratore, può aiutare a capire sia il valore dell’oggetto, che la sua storia. Spesso gli oggetti antichi portano con loro una serie di notizie, di curiosità e di particolarità incredibili, inaspettate e molto interessanti. Scoprire, ad esempio, che il libro che vogliamo restaurare era indirizzato ad un determinato pubblico, oppure che l’elemento di mobilio che vogliamo rinnovare aveva una funzione molto specifica, esalta il valore dell’oggetto e lo fa apparire diverso ai nostri occhi. Affidarsi ad un ottimo restauratore, significa porre la fiducia sull’operato di una persona professionale, la quale sa riconoscere e portare a nuova vita il prezioso elemento che gli affidiamo. Optare per un restauro d’arte, significa quindi considerare la valenza dell’oggetto, scegliere di mantenerla inalterata e di portarla ad un aspetto nuovo, mantenendone immutate le caratteristiche estetiche e funzionali.

Il restauro etico- funzionale: una scelta da considerare
Il restauro etico funzionale si basa su una concezione dell’arte del restauro leggermente differente dal restauro inteso con fini estetici. Quest’arte, può essere intesa come una sfumatura del restauro stesso, in quanto essa mira a ridefinire le doti estetiche dell’elemento, apportando delle varianti che ne possano permettere un impiego nel corso del tempo. Il restauro etico-funzionale, si pone come principio basilare il riutilizzo dell’elemento, anche se alcune delle sue parti si presentano irrimediabilmente danneggiate. Come è possibile questo? Attraverso l’intenzione e la messa in pratica di cambiamenti strutturali nell’elemento stesso. Il restauro etico- funzionale mira quindi a sconvolgere alcuni dei meccanismi di un elemento, ma lo mette in pratica con la volontà, per l’appunto etica e funzionale, di non relegare l’elemento ad una pura definizione estetica, ma di donargli la possibilità di essere riusato. Ogni elemento possiede uno scopo di utilizzo. I quadri sono creati per essere ammirati, per decorare gli ambienti e per indurre sensazioni di piacere estetico, gli orologi sappiamo bene a cosa servono, così come ogni sezione del mobilio. Se questi elementi perdono la loro funzionalità, possono essere relegati ad uno stato leggermente inferiore, in quanto non assolvono più la funzione per la quale sono stati creati con cura ed amore. Ecco che, ad esempio, una lampada ad olio che non può più essere utilizzata, può convertirsi in una lampada elettrica, mediante l’apposizione di trasformatori e componenti elettrici moderni. La lampada in questione, mantiene la sua valenza estetica e strutturale, ma converte il suo impiego in una modalità moderna e fruibile da chi la possiede.

mobileRestauro d’arte o restauro etico-funzionale, quale scegliere?
Ogni singola scelta spetta a chi possiede l’oggetto. Una serie di domande preventive chiedono di essere messe in atto. In tutta sincerità, ci si deve chiedere se l’oggetto restaurato vuole essere impiegato per il suo specifico scopo, oppure se vuole essere relegato ad una funzione di mero decoro estetico. Se la risposta risiede nella volontà di ‘far funzionare’ l’oggetto, allora il restauro etico-funzionale può essere messo in pratica, considerando che i meccanismi irrimediabilmente danneggiati devono essere sostituiti con altri, che svolgono la stesa identica funzione con modalità diverse. Al posto di un meccanismo manuale, può trovare luogo l’apposizione di una tecnologia elettrica, mentre certi aspetti legati all’uso dei materiali possono essere convertiti a scelte moderne nell’impiego. Alcuni colori e alcuni materiali, sono infatti spariti nel corso del tempo, per cui riportare in vita un elemento che li prevede, può significare adottare l’impiego di materiali alternativi, sebbene assolutamente armoniosi con gli elementi passati. Ecco che, adottando questa tecnica, gli oggetti possono funzionare nuovamente e riacquistare una valenza funzionale che supera i confini del tempo. Se, al contrario, il restauro vuole limitarsi alla pura definizione esterna dell’oggetto, ogni particolare deve rispettare la natura primordiale, rinunciando al funzionamento in nome dell’estetica. La scelta è personale e forse complicata, ma, in ogni caso, essa dipende dalla volontà del proprietario e dallo scopo che esso intende affidare all’elemento che ha deciso di fare restaurare.

Come valutare le monete d’oro

sterlina 87Sono due le definizioni che si associano immediatamente alla parola Oro: metallo nobile e bene rifugio. Entrambe sono strettamente connesse, perché è risaputo che il valore dell’oro sa crescere nel tempo, rivelandosi un ottimo investimento specie a lungo termine, tutto questo è possibile grazie alle caratteristiche uniche di un metallo inossidabile, inalterabile, lucente e resistente, non può non essere definito “nobile”.

Sono tantissimi i prodotti con i quali l’uomo viene in contatto anche quotidianamente, formati da questo metallo, pochi, però, possono coniugare in loro i due elementi di cui abbiamo detto. I gioielli sono sì la massima espressione della “nobiltà” dell’oro, ma non possono essere considerati un investimento in senso stretto, in quanto, per la loro lavorazione, l’oro deve essere associato ad altri metalli che, quindi, ne intaccano la purezza. Al contrario, un lingotto di oro puro è sicuramente l’emblema della destinazione da investimento, ma non comunica molto su altri versanti.

Le monete d’oro
, invece, nei loro esemplari più preziosi, si possono considerare la sintesi perfetta di ciò che l’oro rappresenta: perché hanno un valore monetario e da investimento simile all’oro puro, ma possiedono anche una storia e una quotazione che dipende da altri fattori e che interessa altri ambiti come quello, per esempio, del collezionismo.
Tra le monete d’oro, una delle più ricercate da collezionisti ed investitori è la Sterlina d’oro inglese.
Storicamente, essa vide la luce nel 1489 anno in cui Enrico VII decise di coniare una nuova moneta d’oro sulla quale fosse inciso il suo volto insieme a una rosa, simbolo dei Tudor. Inizialmente le fu dato il nome di “sovrana”, scelto per rimarcare, anche attraverso un simbolo, la sovranità del popolo inglese rispetto alle altre potenze europee dell’epoca.
Non tutte le teorie, però, propendono per questa interpretazione, facendo risalire l’origine del nome alla regola che voleva che su un lato della moneta fosse sempre raffigurata l’effige del sovrano. Una tradizione che, effettivamente, è stata fedelmente rispettata quasi sempre nel corso dei secoli. Sul rovescio della Sovrana, invece, figure e simboli sono cambiati spesso, e tra effigi e scudi di varie casate, la varietà non è stata poca.
Almeno fino al 1817, anno in cui la sterlina d’oro, dopo qualche vicissitudine, tornò ad avere corso legale e assunse anche per il suo retro una stabilità di disegno co la figura di San Giorgio che uccide il drago. Questa soluzione ha molto di italiano: fu infatti l’incisore Benedetto Pistrucci a realizzarla e anche se versioni successive ne modificarono alcuni aspetti, nelle sue linee generali e concettuali fu quasi sempre rispettata. Questa nuova versione della sterlina durò quasi un secolo, fino a che nel 1914, poco prima che scoppiasse il conflitto mondiale, la sua coniazione fu interrotta e la moneta venne tolta dal mercato anche in seguito alla decisione dell’Inghilterra di abbandonare l’oro come unità monetaria.

Ma la storia della Sterlina d’oro non era destinata a finire così: nel 1957, infatti, la Zecca Reale decise di riprendere la coniazione. Il motivo principale fu quello di frenare la dilagante contraffazione che prosperava grazie alla continua richiesta di Sovrane da Paesi di tutto il mondo. I tempi, però, erano ormai cambiati e la coniazione andò via via estinguendosi in maniera naturale, limitando la produzione di nuovi modelli a un mercato di collezionisti e numismatici.
Questa, in sintesi, la storia della sterlina d’oro che, anche per via della secolare tradizione, è sicuramente una delle monete più conosciute e ricercate del mondo. Anche nel periodo buio della seconda guerra mondiale, non mancano i racconti di chi benedì l’aver investito parte dei suoi risparmi in sterline d’oro, che, al contrario del denaro corrente, non si svalutarono e permisero alle famiglie di attingere a delle risorse sicure in un momento difficilissimo.
Ancora oggi, in fondo, le ragione che furono alla base della fortuna della Sterlina in tempo di guerra, sono quelle che rendono la moneta d’oro inglese un ottimo investimento.
La Sovrana, infatti, è una moneta il cui titolo (la percentuale di oro presente sul totale del materiale di cui è formata) è di 916,67 millesimi. Se si tiene conto che l’oro puro ha un titolo di 999,9 millesimi, si capisce quanto il valore della moneta sia strettamente legato a quello dell’oro quotato in borsa. Un discorso che non può essere fatto, per esempio, con altre monete o con i gioielli, che solitamente sono a 18 carati, ovvero con un titolo di 750 millesimi.

L’oro, è risaputo, è uno dei beni rifugio per eccellenza, perché il suo valore non è influenzato dall’inflazione e dalla deflazione e perché, in genere, ha un mercato sempre molto fiorente, con le richieste quasi sempre superiori alla disponibilità di metallo prezioso presente sul mercato.
In più, al discorso strettamente legato al prezzo dell’oro, si aggiunge il valore numismatico della moneta, ricercatissima dai collezionisti e presente in diverse varianti che si sono susseguite nel corso dei secoli e con il cambiare dei sovrani. Questo secondo fattore crea, di fatto, uno “spread” tra il valore dell’oro presente nella moneta e la sua reale quotazione sul mercato, influenzata, come detto, dalla rarità, dall’età dell’esemplare, dal suo stato di conservazione, ecc.

Non necessariamente lo spread più basso rende l’investimento buono; la cosa migliore sarebbe riuscire a comprare monete con il miglior differenziale di spread. In Italia le Sterline si vendono bene con un differenziale di spread intorno al 20%. Per chi acquista monete da investimento, comunque, un consiglio è quello di non limitarsi a un solo esemplare, ma avere nel proprio portafoglio diversi tipi di monete preziose, anche di diversi Paesi.
Per chi fosse interessato a questo tipo di investimento, un’altra cosa utile da sapere per quel che riguarda, nello specifico, la sterlina d’oro, è che non sempre l’esemplare più antico avrà un valore maggiore. I pezzi più datati, infatti, vennero coniati in quantità decisamente maggiori rispetto a quelle prodotte nei secoli successivi. Monete risalenti al XVII e XVIII secolo, per esempio, non sono assolutamente facili da reperire sul mercato e questo porta, inevitabilmente, a un aumento del loro spread. Basti pensare che, nel 2004, la vendita di una Sterlina Giorgio IV del 1825 fruttò al suo possessore poco meno di 15 mila sterline.
In generale, tutte le monete del periodo vittoriano sono molto ricercate dai collezionisti e poco presenti sul mercato. È difficile, soprattutto, trovarne degli esemplari in buono stato di conservazione, in cui si vedano bene le incisioni e le scritte. La rarità di questi esemplari fa sì che il loro spread non diminuisca praticamente mai, nel tempo e possa solo acquistare valore con il passare degli anni.

sterlinaTra i vari periodi della storia del Regno, interessantissimo è quello nel quale regnò Edoardo VIII: il sovrano non coniò alcuna Sovrana, limitandosi a qualche moneta d’oro ufficiale. Logicamente si tratta di monete rarissime, visto il loro esiguo numero: se una di esse dovesse finire sul mercato, il suo spread raggiungerebbe cifre da record.
Molto ricercate sono anche le Sovrano coniate a partire dal 1817, l’anno che diede l’avvio alle cosiddetta Sterline Moderne. Ricercatissima anche quella di un secolo posteriore: la Sovrana del 1917 (attenzione, però, quella coniata a Londra e non gli esemplari che in quei tempi venivano coniate anche al di fuori del Regno nelle colonie ed ex colonie inglesi). Il 1917 fu l’ultimo anno di produzione delle Sterline d’oro da parte della Royal Mint, la storica Zecca Reale inglese.
Venendo ad anni più recenti, può sembrare strano ma la Sovrana coniata nel 1989 sotto il regno di Elisabetta II, per commemorare i 500 anni della moneta stessa, è un esemplare che già da qualche anno è ricercatissimo sul mercato da parte di collezionisti e possibili investitori. Eppure parliamo di una moneta che non ha nemmeno 25 anni di vita.
Il valore dato dai fattori legati al collezionismo è quello che rende le Sovrane dei buoni investimenti sul breve termine: specie se lo stato di conservazione è buono, non è difficile piazzare questi esemplari sul mercato. L’oro, invece, è l’elemento che fa delle Sovrane un ottimo investimento anche a medio – lungo termine, visti i valori di mercato del metallo prezioso e la sua capacità di rimanere immune da inflazioni e svalutazioni varie. E se in futuro dovesse succede che anche il Regno Unito passasse all’Euro, i possessori di Sterline d’oro si troverebbero ad avere nel proprio portafoglio degli oggetti di ancor più valore, simboli e icone di una grande storia centenaria.

Insomma, la Sovrana è sicuramente una delle monete più preziose che ci siano in circolazione e, non per nulla, a volte viene utilizzata come un vero e proprio gioiello, incastonandone degli esemplari in collane e bracciali che diventano preziosi più che se fossero ornati da un diamante.
La tradizione d’oltremanica, per esempio, vuole che una Sovrana sia uno dei regali che si fanno in occasione del battesimo o della nascita di un bambino: un modo per regalare qualcosa che abbia un valore duraturo nel tempo e, nello stesso tempo, sia un oggetto che porti con sé un grande significato anche storico.

La cucina mediterranea casareccia

bruschettaLa cucina mediterranea e la cucina casareccia sono caratterizzate entrambe dalla semplicità, genuinità e stagionalità degli ingredienti. Certamente da un ristorante o da un’osteria che dichiara di essere specializzato nella cucina casareccia non potremo pretendere quei piatti esteticamente splendidi, che sembrano assemblati più da un architetto che da un cuoco, con cotture strane e accostamenti bizzarri. Possiamo invece dire che la cucina casereccia è quella che rispecchia la cucina che facevano le nostre nonne e fanno con cura le mamme italiane (quelle che sanno fare da mangiare bene, ovviamente). Ricette tramandate nel tempo che utilizzano gli ingredienti del territorio, seguendo la stagionalità e curando più la sostanza che la forma.

Anche la cucina mediterranea è caratterizzata da piatti che riescono a sfruttare al massimo gli ingredienti semplici e genuini del luogo dove si opera, per questo la cucina mediterranea casareccia e, in particolare, quella italiana è giustamente apprezzata nel mondo, come confermano i molti turisti che ogni anno visitano il nostro paese anche per gustare le specialità locali.

Ogni zona, ma addirittura in ogni paese della penisola italiana esistono differenti specialità culinarie frutto della sapienza delle massaie che, in particolare nel passato, sfruttavano al meglio i poveri alimenti a disposizione per trarne il meglio. Per questo un’esauriente trattazione della materia in un singolo articolo è impossibile. Qui ci soffermeremo sui piatti della cucina casereccia italiana più intriganti e sconosciuti ai più, magari tralasciando quelli più famosi, per concludere, infine, sulle classiche specialità romane. 

Partendo dal nord-ovest, troviamo in Piemonte un ingrediente particolare del celeberrimo fritto misto alla piemontese, che è la polenta dolce (dousa). Normalmente è fatta con il semolino, ma, per ragioni storiche, nelle valli valdesi si utilizza il grano saraceno, dato che fino ad un paio di secoli fa, le popolazioni di religione valdese non potevano avere commerci con i cattolici.

Caratteristici delle zone del centro-nord Italia sono i valigini, involtini di verza con ripieno di carne dove si poteva riciclare la rimanenza di lesso che era stato fatto (abbondantemente) per il giorno di festa. E’ chiaro che una delle caratteristiche della cucina casereccia è l’assenza di spreco: non si butta via niente, e questo piatto ne è un esempio.

Ancora verza e ancora un prodotto ricavato dagli avanzi del maiale come, tutto sommato, è la salsiccia per un piatto della tradizione del nord-est: il riso con verze e luganega. La verza compare spesso tra gli ingredienti dei piatti invernali del nord Italia perché è facilmente coltivabile nell’orto ed è pronta nei mesi invernali, quando gli altri prodotti dell’orto non sono più disponibili.

Un interessante piatto della tradizione povera ligure che oggi è diventato particolarmente ricercato è il “cappon magro”. Un tempo realizzato con avanzi di pesce e gallette, condito con salse a base di prezzemolo tritato, oggi mantiene gli stessi ingredienti pur non essendo più frutto di scarti di altri banchetti.
Sempre in Liguria, molto intrigante è un prodotto sconosciuto ai più in quando è preparato dalle massaie e nelle trattorie caserecce della zona di Levanto. Si tratta dei “gattafin”, grossi ravioli di pasta ripieni di un preparato a base di erbette che si friggono nell’olio bollente.

Ancora uno straordinario primo piatto caratterizza la cucina delle zone a ovest dell’Emilia Romagna, in particolare nel piacentino: i “pisarei e faso'”. Sono gnocchetti a base di pane raffermo e farina, assolutamente caserecci (infatti non esistono, confezionati, nei negozi) che vengono conditi con fagioli lessati e pomodoro. 

Un piatto storico toscano, in quanto si narra che veniva realizzato utilizzando il calore proveniente dai forni che producevano i mattoni per la cupola del Brunelleschi a Firenze è il “peposo dell’Impruneta”, una sorta di stufato di manzo che prevede una lunghissima cottura a fuoco lento assieme ad una generosa dose di pepe, con pomodori e vino rosso. 

La cucina casareccia della costa marchigiana è caratterizzata da primi piatti a base di pesce chiamati “brodetti”. Troviamo il brodetto marchigiano, quello senegallese e il brodetto sanbenedettese, ma quasi ogni paese della costa ha un “suo” brodetto. Un tempo prodotto con quello che offriva il pescato del giorno, oggi è più codificato, con differenze nella scelta degli ingredienti caratteristici da paese a paese.

Tra le numerosissime ricette casarecce tipicamente mediterranee della Campania, segnalo un piatto che è frutto dell’ingegno delle massaie di quella regione in grado di dare il meglio con i prodotti della terra della zona: la cianfrotta sorrentina. Un insieme di patate, cipolle, pomodori, melanzane e zucchine che, sorprendentemente, utilizza anche pere e prugne secche.

Quasi al centro del Mediterraneo, la terra di Sicilia offre eccellenti esempi di cucina casareccia. Tipica di Troina, un comune in provincia di Enna, troviamo l’originalissima “Vastedda cu’ Sammucu”, una specie di focaccia farcita con formaggio, uova e salame, nella quale si utilizzano i fiori di sambuco.

Innumerevoli i piatti tradizionali, casarecci e mediterranei, dell’altra grande isola italiana, la Sardegna. Frutto della millenaria attività legata alla pastorizia degli ovini, troviamo il capretto da latte cucinato allo spiedo con gli aromi di quella splendida terra come il rosmarino e il mirto.

Ma veniamo alla regione situata al centro della penisola, il Lazio, e a Roma, città alla quale dedicheremo la parte più corposa di questo breve tour gastronomico. Nella Città Eterna la tradizione dei ristoranti e delle trattorie che curano poco l’aspetto estetico o troppo raffinato delle loro proposte badando di più a robusti piatti della tradizione capitolina non si è ancora spenta. In questi esercizi non possono mancare i piatti classici della cultura gastronomica laziale come gli spaghetti alla carbonara, alla gricia e all’amatriciana. 

Se circoscriviamo il campo alla gastronomia prettamente capitolina non possiamo non citare i carciofi alla giudia, un eccellente esempio di semplicità e bontà. La ricetta di questa specialità prevede l’utilizzo esclusivo dei carciofi romaneschi, cioè quelli senza spine, ai quali si tolgono le foglie esterne, più dure. Si taglia il gambo a 3 cm circa dal carciofo e si tornisce l’attaccatura con un coltellino affilato. Si taglia anche la parte terminale delle foglie del carciofo e si mettono in una bacinella con acqua e limone per prevenirne l’annerimento. Quindi si scolano e si friggono in olio caldo a 150 gradi per 8 – 10 minuti. Poi si estraggono dall’olio e si aprono “a fiore”, salandoli e pepandoli all’interno. L’ultima fase è quello della frittura vera e propria: 3 minuti nell’olio a 180 gradi con i carciofi messi a testa in giù. In questa fare le foglie più esterne diventeranno croccanti mente il cuore rimarrà tenero. Ora si scolano, si depositano su una carta assorbente per eliminare l’eccesso di olio e si servono.

cucina romanescaPajata in umido, coda alla vaccinara e abbacchio sono le altre famose specialità romane da gustare preferibilmente nei locali della capitale con un’ottima cucina di tipo casareccio che, a saperli cercare, esistono ancora. Ad esempio, la storica trattoria “Da Felice a Testaccio”, famosa per i suoi tonnarelli cacio e pepe e, o Cesare al Canaletto, una trattoria della periferia romana che offre gli gnocchi con la coda alla vaccinara. 
Chi vuole provare un altro piatto della tradizione casareccia romana, cioè la minestra con broccoli e arzilla, può andare da Tram Tram nel quartiere di San Lorenzo.
Un locale da non mancare è “Checchino dal 1887”. Posto nel quartiere Testaccio, offre la cucina tradizionale romanesca con un pizzico di modernità che non guasta.
Ma è nel cuore della capitale italiana che si trova la vera cucina romanesca, a Trastevere si trova “Da Meo Patacca”, storico locale dove potrete apprezzare tutti i piatti tipici della tradizione popolare romana.
Concludo questa carrellata con un locale legato alla tradizione ebraica della cucina romana, dove gustare al meglio specialità come i già citati carciofi alla giudia. Si tratta di Sora Margherita, una trattoria situata nel ghetto caratterizzata da un aspetto esteriore scalcinatissimo che fa comunque parte del fascino di questo posto molto particolare.